lunedì 28 maggio 2012

DISABILI: ANDARE A MARE SENZA BARRIERE.



In un territorio a vocazione turistica come quello ragusano, nel periodo estivo si avverte maggiormente il disagio dei soggetti disabili, per i quali diventa difficile la fruibilità delle spiagge libere e di buona parte degli stabilimenti balneari presenti, e ancor più l’ingresso in acqua.
Le persone con problemi motori, infatti, non possono raggiungere agevolmente il bagnasciuga, e meno che mai entrare in acqua. E’ per tali motivi, che ogni anno,  considero la nostra località marittima ancora un luogo pieno di ostacoli e di barriere e soprattutto mancante di quegli adeguamenti strutturali, previsti dalla normativa vigente, che permettano ai diversamente abili la visitabilità della spiaggia pubblica e soprattutto l’effettiva possibilità di accesso al mare.
Mancano adeguate discese a mare che permettano loro di arrivare in prossimità della battigia, e poter sistemare la propria sdraio/sedia e ombrellone, senza doversi impantanare nella sabbia con la carrozzina.  
In merito a quanto sopra, esiste la legge n.104 del 5.12.1992 che promuove la piena integrazione della persona diversamente abile nella collettività; in particolare all’art.8 prevede iniziative volte a ridurre stati di esclusione sociale ed interventi diretti ad eliminare o superare le barriere fisiche ed architettoniche; poi vi è la Legge n.13 del 9.01.1989 ("Disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche"); a seguire, il Ministero della Marina Mercantile ha emesso una Circolare n. 259 del 23 gennaio 1990 che estende l'applicabilità delle norme sull'accessibilità anche agli stabilimenti balneari, obbligando così i concessionari ad apprestare almeno una cabina ed un locale igienico idoneo ad accogliere persone con ridotta od impedita capacità motoria o sensoriale, nonché di rendere la struttura stessa «visitabile» nel senso specificato dall'art. 3 punto 3.1 del Decreto n.236/1989, soprattutto in funzione dell'effettiva possibilità di balneazione, anche attraverso la predisposizione di appositi «percorsi orizzontali».
Tali norme che obbligano i concessionari di spiagge pubbliche ad offrire una dotazione di base sufficiente a garantire la visitabilità delle loro strutture, deve rappresentare, per le Amministrazioni pubbliche e per i gestori degli stabilimenti balneari, il punto di partenza da cui sviluppare ulteriori riflessioni sull'effettiva capacità di accoglienza degli stabilimenti balneari e delle spiagge pubbliche.
Infatti, secondo tali disposizioni, si doveva garantire anche alle persone con difficoltà motorie l'accesso ad uno dei beni più apprezzati della nostra isola: il mare.
Purtroppo si è visto che rispettare e far rispettare la normativa non basta. Pertanto uno stabilimento balneare o la spiaggia libera pubblica, oltre a considerarsi "a norma", dovrebbe essere completamente accessibile a tutti e soprattutto garantire ai diversamente abili un mezzo idoneo per entrare in acqua.
A tal proposito, presenterò, in qualità di assistente sociale, una richiesta specifica all’Amministrazione Comunale  per provvedere alla realizzazione di accessi attrezzati con passerelle, docce e servizi igienici accessibili per soggetti portatori di handicap presso le spiagge libere, e postazioni accessibili e mezzi idonei per l’ingresso in acqua presso gli stabilimenti balneari. Se non dovesse essere presa in considerazione provvederò ad organizzare una petizione popolare. 

Valentina Spata

venerdì 25 maggio 2012

Lettera di Manfredi, il figlio di Paolo Borsellino.



Non ci sono parole da commentare o da aggiungere a questa lettera strappalacrime. Vi consiglio semplicemente di leggerla per non dimenticare GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO.

MANFREDI BORSELLINO. Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.


Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.



Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.



Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.



La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.



Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.



Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.



Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.



Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.



La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.



Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.



Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.



Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.



Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.



( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

PD: INGIUSTI GLI ATTACCHI AL GIORNALISTA BARBAGALLO DA PARTE DEL SEGRETARIO DEL MIO PARTITO.


Apprendo dalla Stampa che il Segretario del mio partito, Calabrese, si è reso protagonista di un increscioso episodio che mi lascia perplessa e allibita. Ha attaccato pubblicamente e duramente, Michelangelo Barbagallo, corrispondente de  “La Sicilia”, con insulti rivolti alla sua persona e alla sua famiglia. Lo ha accusato di essere un giornalista di parte, a favore del Sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale. Inoltre, ancora peggio, come lui stesso ha scritto sulla sua bacheca di facebook , accusa Barbagallo di aver ricevuto attraverso la sua società incarichi dal Sindaco che ammontano a circa 20.000, 00 euro.
Una reazione, quella di Calabrese, che comunque non mi sarei mai aspettata. Conosco, il giornalista Barbagallo, che da sempre scrive i suoi articoli in modo dettagliato e preciso, raccontando la verità dei fatti. Chi legge i giornali tutti i giorni si renderà conto che il corrispondente de “La Sicilia” ha anche scritto articoli a favore del Partito Democratico e altri criticando il Sindaco Dipasquale, quindi non vedo nessuna differenza di trattamento tra Calabrese e il resto del mondo politico.
Giudico il comportamento del mio Segretario, un segnale preoccupante” che mi fa pensare ad una azione mediatica e altresì ad una campagna di “odio” politico personale che imperversa da mesi. Io non tollero questo modo di far politica. Non è “gridando”, “accusando” gli avversari che si ottengono i risultati. Bisogna criticare in modo costruttivo e trovare delle soluzioni alternative ai problemi della città. La politica deve essere intesa come un servizio per la città e non  come personalismi vari.
Pertanto, presa visione di tutto ciò, da iscritta al Partito Democratico, esprimo la mia più totale solidarietà e vicinanza a Michelangelo Barbagallo e mi dissocio fortemente dalle accuse del Segretario del mio partito e da tutti quelli che rimangono in silenzio di fronte a questi atti ridicoli. 

Valentina Spata

martedì 22 maggio 2012

Non si può morire a 16 anni!

Non si può morire andando a scuola. Non dovrebbe avvenire questo, in un Paese “normale”. Ma l’Italia ha smesso di essere un Paese normale, da tempo. O forse mai lo è stato davvero. Chi è stato ad uccidere Melissa e a ferire altre nove persone sabato mattina all’ingresso dell’Istituto femminile “Francesca Laura Morvillo – Falcone”? Chi è Stato? È questo il rabbioso interrogativo che ha dipinto il volto delle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Vittoria per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime o semplicemente per gridare tutto il proprio sdegno. Brindisi è una città “liquida” da anni. E non perché ci sia il mare. Perché ci sono un mare di contraddizioni che la rendono un luogo difficile da amare, spesso pure per gli stessi brindisini. La città, infatti – potrò sbagliare – ma sembra la Corleone degli anni ’70. Il puzzo della mafia – che per alcuni continua a non esistere – ha avvelenato l’aria, ha corroso i polmoni, ha confuso e ottenebrato le menti di intere generazioni che sono oggi diventate classe dirigente di un non-luogo dove vige imperante il potere dell’anti-parola. Del silenzio. Dell’omertà. Dell’indifferenza. La parola usata, piuttosto, come arma per intimidire chi in questi anni ha reagito, come i ragazzi eccezionali della cooperativa di Torchiarolo “Libera Terra” (i cui terreni sono stati incendiati più volte negli ultimi anni) operante in uno dei beni confiscati alla Sacra Corona Unita dove la parola diventa ogni giorno un seme di speranza con il sogno di raccogliere il frutto del cambiamento. Parole che diventano, però, sempre più spesso, lance pronte a trafiggere i sogni innocenti di quei giovani adolescenti del cui presente e futuro non ci interessiamo a sufficienza. Saette scagliate – come ha ricordato dal palco il “partigiano della legalità” Don Luigi Ciotti – da una classe politica e dirigente locale e nazionale che non sa più far emozionare perché ha bandito il senso di responsabilità e il senso del dovere dal proprio vademecum comportamentale. Che non è credibile, che non è foriera del buon esempio, che si è spogliata della moralità, che non ha coraggio. “Coraggio”: che parola meravigliosa. Cor-agium. Agire col cuore. In quanti oggi operano lealmente col cuore, issandosi arbitrariamente sul piedistallo della buona politica?
Sono anni che a tutte le latitudini si violenta l’arte della politica parlando alla pancia e alla testa delle persone, come se fossimo non individui, ma clienti di un megastore da appagare con una miriade di illusioni. Ci si sta svegliando, temo, da questa Utopia nel modo peggiore. Con una voglia, oggi meno secretata che mai, di violenza. Sta esacerbando l’intolleranza verso chi profetizza un avvenire che non lo riguarda. Il passo dalle illusioni alle delusioni è assai breve. Dopo la delusione c’è la rabbia. C’è l’odio. Proprio quei “sentimenti” che con preoccupazione sincera ho percepito negli sguardi, soprattutto giovani, dei ragazzi e ragazze scesi in piazza e giunti in poche ore da tutta la Puglia. Occhi e sguardi, compreso il mio, che hanno versato lacrime dolorose. Tante. Per una famiglia che ha perso l’unica figlia che aveva, con una brutalità incredibile. Per un Paese che, giorno dopo giorno, sempre più, uccide se stesso. Un Paese dove pullulano i caini e i giuda. Da sempre. Un Paese che sa unirsi nelle sue sconfitte. Quando si oltrepassa la soglia dell’umanità. Quando viene crocifissa la dignità degli innocenti. È un Paese, il nostro, sfigurato, avendo sciolto nell’acido dell’illegalità il dono della democrazia. E dell’uguaglianza. Al mondo che ci irride mostriamo nient’altro che una maschera. Incapaci di svelare i segreti e i misteri che da decenni tengono l’Italia sotto ricatto. Incapaci di pretendere verità e giustizia. È un Paese sorto sul sangue dei giusti. È un Paese che non è Stato. Chi è Stato? Siamo Noi. Siamo stati anche noi meridionali, prima ancora di noi italiani, ad uccidere la piccola Melissa. Perché non siamo stati abbastanza vivi in tutti questi anni. Perché fino ad oggi non siamo stati artefici del nostro destino. Lo abbiamo delegato prima a quella che chiamiamo Repubblica e poi a quella che chiamiamo Mafia. Ma, da queste parti, talvolta, sono le due facce della stessa medaglia. Non siamo mai stati capaci di costruire un futuro improntato al rispetto di se stessi e degli altri, basato sulla cultura della prossimità e della solidarietà, della legalità e della responsabilità. Individuale e collettiva. E’ stata la mafia? E’ stato un atto terroristico? E’ stato il gesto isolato di un folle? Saperlo, oggi, cambierebbe qualcosa? Forse cambierebbe per il Ministro Cancellieri che, da quanto si apprende dagli organi di stampa, ritiene che la vicenda possa essere risolta con 200 poliziotti e investigatori in più, come se fosse soltanto un problema di ordine pubblico. Forse cambierebbe per quel giornalismo pietoso e vergognoso che vive di sensazionalismi e di spettacolarizzazioni del dolore, spingendo i lettori ad essere il pubblico di un teatrino del grottesco dove non si rappresentano le verità, ma le opinioni di sciacalli che puntano a non far emergere i giusti quadri conoscitivi della nostra realtà sociale cosi complessa. Il problema, pertanto, è, per me ma posso sbagliare, ancora una volta culturale e politico. Colpire, nel Sud, una scuola ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, un giovane ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, una donna, soprattutto, ha un significato preciso. Le donne, le giovani donne meridionali, in particolare, in questi ultimi anni, spesso iniziando proprio dai percorsi di educazione alla legalità avviatisi in tantissime scuole, rappresentano e simboleggiano perfettamente il cambiamento ineludibile e necessario che sta investendo quel Mezzogiorno che vuole crescere, che vuole correre verso il futuro consapevole dei propri talenti, che vorrebbe raccontarsi in modo diverso per poter scrivere un’altra Storia. Un meridione che vorrebbe diventare, con merito, la locomotiva della Prossima Italia. Trasparente ed onesto. Appassionato ed entusiasta. Dove il terrore collettivo creato ad arte non si insinui nell’anima di chi vorrebbe essere un costruttore di pace e non un portatore di guerra e di odio. Chiunque voi siate e qualunque sia la ragione di questo attentato alla nostra speranza, non ci fermerete. Trasformeremo in energia positiva e propositiva tutto questo immenso dolore e questo senso profondissimo di smarrimento. Imparando a governare meglio i nostri istinti e le nostre pulsioni. Tipiche di chi ha conosciuto la morte. Ma tipiche di chi dalle ceneri sa e vuole risorgere. Per noi stessi, per le nostre comunità. Per il nostro Paese. L’Italia. Con la speranza che diventi finalmente Stato
di Giuseppe Milano

mercoledì 9 maggio 2012

Le idee di Peppino Impastato e Moro restano e continuano a camminare sulle nostre gambe!!



Ho letto il  Comunicato Stampa di un amico, un Dirigente del Pd di Serino (Avellino) e non avendo parole migliori per commemorare un giorno importante come quello di oggi ho voluto pubblicarlo nel mio blog. 







9 Maggio 1978. Solo scrivere questa data colpisce come un pugno nello stomaco.

Due fatti di sangue contraddistinsero quella triste giornata, l’assassinio del Presidente della Democrazia Cristina Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse ed il ritrovamento del suo cadavere in via Caetani a Roma, e l’omicidio del giovane militante di Sinistra siciliano Peppino Impastato ad opera della mafia.

Ricordare, a 34 anni di distanza, quelle due morti rappresenta, per tanti di noi, un momento di vicinanza verso chi, anche a costo della vita, ha speso la propria esistenza per l’interesse generale.

Le storie di Moro e Impastato, anche se molto diverse tra loro, furono accomunate dalla forza delle loro idee.
Il Presidente Moro, che rappresentava la parte più avanzata della democrazia cristiana, proveniente dalla cultura dossettiana, avviò un dialogo con il Segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer per aprire in Italia una nuova stagione politica meglio conosciuta come “compromesso storico”. Una nuova fase politica con l’incontro delle due principali Culture del Paese, quella cattolica e quella riformista rappresentate rispettivamente dalla DC e dal PCI, con lo scopo di rinnovare profondamente lo Stato italiano e consentire alle classi lavoratrici di accedere al governo del Paese, insomma una vera e propria rivoluzione democratica. Va ricordato che la mattina del rapimento dello Statista democristiano da parte delle brigate rosse, in Parlamento sarebbe nato il primo Governo con i comunisti non all’opposizione.

Peppino Impastato rappresenta per la nostra generazione, e per quelle che ci hanno preceduto, un ragazzo come tanti che cercava, tramite il lavoro di un collettivo, di risollevare e cambiare le sorti della propria terra. Attraverso la costituzione del gruppo “musica e cultura” mise in essere tutta una serie di  attività culturali come cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc. per fare interessare quanti più concittadini e giovani alle problematiche del proprio comune così da poter dare maggior voce all’azione di denuncia nei confronti del sistema mafioso portato avanti dal capo clan Gaetano Badalamenti. Radio Aut, radio libera ed autofinanziata, fu uno degli strumenti con il quale Peppino ed i compagni di Cinisi cercarono di scalfire il clan Badalamenti e l’amministrazione comunale corrotta.

Peppino era un ragazzo di sinistra. La sua storia rappresenta in maniera concreta cosa vuol dire emanciparsi dai condizionamenti esterni che può imporre la società o la famiglia, come nel suo caso. Essere imparentato con dei mafiosi non gli impedì di lottare contro questo cancro con tutto se stesso.
Fu vigliaccamente assassinato nella notte a cavallo tra l’8 ed il 9 Maggio durante la tornata elettorale delle amministrative dove quest’ultimo era candidato nel suo comune, Cinisi.

Peppino Impastato vive ogni giorno attraverso l’azione di tutti coloro che si impegnano in politica e nel sociale per migliorare la realtà nella quale vivono 365 giorni all’anno e non soltanto durante le campagne elettorali.
L’antipolitica ed il malaffare si combattono con la buona politica attraverso l’esercizio della legalità, della trasparenza e della difesa dei più deboli.
Queste elezioni amministrative ci ha mostrato due aspetti in maniera chiara. In primo luogo la sfiducia e la disaffezione di tanti che non credono più che le cose possano migliorare e la seconda che ci sono migliaia di militanti ed onesti amministratori che, con il loro lavoro, ci danno una speranza dalla quale ripartire per un cambiamento reale.

Serino, 09/05/2012                                                                                                                     

Marcello Rocco
Segretario PD Serino – Componente Assemblea reg. PD

sabato 5 maggio 2012

Dona il Tuo 5 x mille all' ANFFAS di Modica. Io lo faccio e tu???

Può essere destinato all’Anffas Onlus di Modica il 5 per mille della prossima dichiarazione dei redditi al C.F. 90013380887 che sarà utilizzato per la realizzazione di un centro residenziale “Dopo di Noi”. Il centro servirà per ospitare persone con disabilità intellettive e relazionali, orfane o prive di famiglia ma anche per far crescere i laboratori (Artistico, Cognitivo, Animazione, Cucina , Escursione) del Centro Socio Educativo Pomeridiano.

Inoltre l’Anffas apre le porte dell’associazione a chi vuole dedicarsi al volontariato (anche solo per un’ora alla settimana) ed invita le famiglie con parenti con disabilità ad associarsi. "Per Risucire a Cambiare bisogna essere uniti". L’Anffas Onlus di Modica fa, per di più, affidamento anche sul buon senso di tutti i cittadini, chiedendo un contributo che può essere donato attraverso il C/C Bancario n. 1155452/06AB.05036 CAB.84480, e ricordando, inoltre, che è possibile ottenere dei benefici fiscali previsti per chi effettua donazioni ad una Onlus (Decreto legge 14 marzo 2005, n. 35”).




L'AEROPORTO DI CATANIA CHIUDE E QUELLO DI COMISO RIMANE ANCORA BLOCCATO!!


Il direttore dell'aeroporto di Catania Enzo Fusco annuncia la chiusura della struttura nel mese di novembre, per almeno un mese, a causa dei lavori di manutenzione della pista. 
La domanda che tutti ci stiamo ponendo in questi giorni è dove saranno dirottati i voli. Le alternative indicate dalla Sac sono gli aeroporti di Sigonella, Palermo e addirittura Reggio Calabria. 


L'On. Pippo Digiacomo, che nei giorni scorsi è stato il protagonista dello sciopero della fame a causa della blocco dell'avvio dell'aeroporto di Comiso, dopo aver appreso la notizia dichiara: "Leggo con rammarico che le attività di volo non potranno probabilmente essere trasferite a Comiso perché  la società di gestione non avrebbe approntato il piano industriale. Pertanto,le opzioni sono Sigonella, Palermo, Reggio Calabria, etc… Forse nessuno ha informato ENAC che il gestore di Catania è lo stesso di Comiso e forse nessuno ha informato il dottor Fusco che a pochi metri di distanza dal suo ufficio c’è quello dell’ing. Mancini, presidente sia di SAC che di Intersac che è il socio privato di Comiso. Quindi basterebbe andare”in fondo a destra” e dire a Mancini: siccome porteremo disagio a milioni di cittadini siciliani, possiamo andare a Comiso che è un aeroporto nuovo, confortevole, tecnologicamente avanzato, che come Enac abbiamo seguito in  tutte le fasi, dalla progettazione , ai lavori, al collaudo (facendoci pagare) e che è scandalosamente chiuso. Anzi, questi pochi metri  da un ufficio all’altro non c’era bisogno di farli, giacché erano in conferenza stampa insieme. Invece c’è una sorta di gara tra Enac ed Enav a chi infonde più sconforto e confusione, a chi riesce ad assestare i colpi più vigorosi alla speranza di vedere presto aperto lo scalo comisano. Ma come non si vergognano enti statali che sono stati creati per snellire le procedure aeroportuali e che, al contrario, si segnalano per atteggiamenti ostruzionistici se non vessatori, oltre che per altri inquietanti aspetti sui quali, come tutti sanno, sta indagando la magistratura e non solo quella contabile. Come non si vergognano questi burosauri che  sono leoni a Comiso e pecore servili e sottomesse a Roma, pronte a scodinzolare col potente di turno?
Costi quel che costi,  di ciò e altro ancora, dell’immenso marciume che si annida nelle pieghe del burocraticume italiano, a partire dalla bozza di convenzione Enav,  quella dove senza il minimo di trasparenza contabile chiedono 2,6 milioni di euro l’anno per garantire i servizi di assistenza al volo per un aeroporto  per il  quale l’ente si erano impegnati a rendere il servizio gratis, con dovizia di particolari e prove, parlerò al ministro Passera nel nostro incontro prossimo venturo”

E' evidente, a mio avviso, che dietro questa vicenda ci siano interessi più grandi. Di sicuro non si vogliono dirottare i voli a Comiso, così come non si vuole aprire l'aeroporto, perchè a Catania si toglierebbe una grande fetta del bacino d'utenza. 
Resta il fatto che, per l'ennesima volta, la nostra Provincia viene abbandonata a se stessa. 
E' necessario adesso battere i pugni forti e fare sentire alta la nostra voce. Non è possibile che sia a livello regionale che a livello nazionale nessuno si interessi della vicenda. Non è possibile che si parli dell'aeroporto di Comiso, una delle strutture più importanti del meridione pronto per l'utilizzo da diversi anni, solo in campagna elettorale. Ricordo l'ex ministro Alfano quando venne in occasione della campagna elettorale dell'attuale sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale, che annunciò pubblicamente il suo impegno (in pochi mesi) a far firmare questo maledetto decreto che impedisce l'autorizzazione al volo. Ancora lo aspettiamo!!
Adesso è inconcepibile che, alla chiusura dell'aeroporto di Catania, tutta l'utenza si debba spostare a palermo o a Reggio Calabria per usufruire del servizio di volo. Penso ai cittadini della mia provincia che per raggiungere queste due destinazioni devono partire almeno 6 ore prima da casa facendosi almeno 4 ore di viaggio in macchina. Conviene viaggiare in macchina, si risparmia più tempo e più denaro!! 
Questo sembra somigliare ad un complotto contro la Provincia di Ragusa, considerata la provincia "babba" forse a causa della scarsa competenza e dello poco valore della nostra classe dirigente politica, forse perchè nessuno è stato in grado di far valere i nostri interessi. 
Il mio auspicio è che l'On. Digiacomo riuscirà ad ottenere risultati positivi durante l'incontro con il ministro Passera e che finalmente riusciremo ad aprire l'Aeroporto di Comiso. In un periodo di crisi come questa, l'apertura di una grande struttura come il nostro aeroporto, starebbe a significare sviluppo, crescita e occupazione. 

Valentina Spata



lunedì 23 aprile 2012

DOPO 4 MESI DI SEQUESTRO, IL POZZALLESE CARMELO SORTINO E' LIBERO!!

Esprimo la mia felicità per la liberazione del cuoco di Pozzallo, Carmelo Sortino, sequestrato dai pirati somali a bordo della "Enrico Levoli" circa 4 mesi fa.
In attesa del suo arrivo sono vicina alla famiglia che non ha mai perso la speranza di riabbracciarlo.

http://www.ragusaoggi.it/21039/liberata-la-enrico-ievoli-sequestrata-in-somalia-dai-pirati-fra-gli-uomini-dell-equipaggio-il-cuoco-pozzallese-carmelo-sortino

Valentina Spata

La Napoletana Roberta Capone eletta Vice Presidente della Iusy.



E’ Roberta Capone, la nuova Vice Presidente della “Iusy” (International Union of Socialist Youth), Organizzazione Giovanile dell’Internazionale Socialista che ha tenuto il Congresso dal 20 al 22 aprile in Paraguai.
Una giovane donna meridionale, di Napoli, laureata in lettere moderne alla Federico II, attualmente impegnata per  il dottorato che sta svolgendo  in Francia all’università di Avignone. Una dirigente dei Giovani Democratici, responsabile ricerca e dottorati in esecutivo nazionale della RUN (Rete Universitaria Nazionale).
“Sono felice ed orgogliosa di rappresentare l’Italia in questa organizzazione ma soprattutto la Campania e il Sud, luoghi da cui provengo e che sono stati importantissimi per la mia formazione politica” - afferma la Capone dopo la sua elezione.

Quando  la passione per le radici e l’orgoglio per la storia riescono a trasparire e, come una cascata, travolgono tutti gli amici e i compagni del sud e del nord, senza distinzioni e pregiudizi.  Sono certa che in questo momento particolarmente grave e difficile che stiamo vivendo nel nostro Paese ed a livello globale, ancor più dobbiamo guardare a persone esemplari, quali l’amica Roberta, da cui attingere idealità ed insieme determinazione, voglia e coraggio di affrontare sfide nuove. Questa sua grinta è la dimostrazione che anche una donna comune, che non si nasconde sotto l’ala del mecenate politico, può riuscire nell’intento di rappresentare la nostra generazione e un paese come il nostro, facendosi valere come persona con competenza e concretezza.
Invio a Lei l’augurio di un proficuo lavoro e la mia personale attestazione di stima. 

Valentina Spata

martedì 17 aprile 2012

DELUSA DALLA VITA: UNA GIOVANE MERIDIONALE, LUCIA, SI TOGLIE LA VITA

Il dolore è sordo, il dolore è muto. Sordo perché ascolta solo se stesso, muto perché non ci sono parole che possano parlarne. Adesso dobbiamo essere a noi a parlare per lei e per tutti quelli che vivono il suo stesso disagio. Abbiamo tutti delle responsabilità.

http://www.cadoinpiedi.it/2012/04/17/la_storia_di_lucia_nata_al_sud_morta_al_sud.html

VIOLENZA SULLE DONNE: RAGAZZINA DI 13 ANNI SI SUICIDA PERCHE' NON E' STATA CREDUTA.



E' ancora lungo il cammino da percorrere contro la violenza di genere e soprattutto quello a difesa delle vittime. 
Siamo ancora nella fase in cui "le donne vengono stuprate e la colpa è la loro". 
L'avvocato della difesa, in aula, davanti al giudice, accusa la giovane vittima di aver provocato i quattro ragazzi maggiorenni e le definisce "prostituta".
Un atto vergognoso, degno di essere punito come se fosse stato commesso un reato. Mi chiedo: può una ragazzina di 13 anni, timida, provocare un branco di ragazzi affamati di sesso?? Non credo, tali dichiarazioni vogliono essere giustificazioni, a mio avviso, immorali. 
Questa è una vicenda molto triste ma anche molto grave. Lo stupro di una ragazzina ma anche di un minore è paragonabile ad un omicidio volontario, pertanto dovrebbe essere inflitta la pena dovuta. 
Carmela, una ragazzina, che come poche, è riuscita a denunciare l'atto violento subito ma nessuno le ha creduto si è tolta la vita. Questo è quello che conta, questo è quello su cui bisogna riflettere e lottare affinchè sia fatta giustizia.  Lo psicoanalista che la curava, invece di ascoltarla, la imbottiva di farmaci facendola entrare in una totale crisi d'identità. Queste "vittime" vanno ascoltate e aiutate attraverso percorsi di colloqui con un equipe professionale e specializzata, senza adottare farmaci. Solo l'amore delle persone, forse, può aiutare chi ha vissuto questi momenti orribili, indimenticabili che si presentano all'improvviso nella mente come mostri da combattere. Ma adesso Carmela non c'è più, non è più insieme alla sua famiglia, ai suoi amici, al suo mondo e per questo che lo Stato deve intervenire per fare giustizia e per ridare dignità e fiducia alla famiglia stremata dal dolore. che oltre al danno deve subire anche la beffa. 

http://www.ilgiornale.it/interni/mia_figlia_suicida_dopo_stupro_traditi_stato/16-04-2012/articolo-id=583192-page=0-comments=1

Valentina Spata

Riforme: l'Unione Europea ci chiede "il Nuovo Catasto".

La Riforma del Catasto conterà misure intese a risolvere le disparità i trattamento riscontrate a oggi nell'applicazione della nuova IMU. Si pagherà in base ai metri quadrati e non più per vani catastali, quindi più grande è una casa più si paga.  
Inoltre, appartamenti pieni di stanze pagheranno molto di più di quelli meno suddivisi ma con identica superficie.
Prevede, anche, la revisione delle categorie catastali, ormai superate e, si passerà a una classificazione più semplice (case singole, palazzi e abitazioni di lusso), divisa poi in ulteriori sottogruppi. Oltre all'uso del metro quadrato, la riforma prevede l'attribuzione a ogni unità immobiliare di un significato preliminare che distingua, per esempio, le vie dei negozi del centro dai quartieri residenziali. L'introduzione di microzone fornirà una mappa più veritiera del valore di mercato degli immobili.



Valentina Spata

lunedì 16 aprile 2012

Ripartire dal Sud. Ripartire dalle infrastrutture per lo sviluppo e la crescita.




Perché l’Italia ha meno infrastrutture degli altri paesi Europei? E perché il Sud ne ha ancora meno?

“L’Italia è oggi in grave deficit infrastrutturale. Si colloca, al 72° posto nella classifica
mondiale per il complesso delle infrastrutture, al 53° per quelle stradali, al 45° per quelle ferroviarie
all’83° per quelle portuali, all’85° per quelle di trasporto aereo. Che questa grave carenza incida pesantemente sulla debolezza della crescita è universalmente sottolineato; non altrettanto che essa derivi anche da una visione frammentaria e non sistemica delle reti infrastrutturali e in particolare da quelle di comunicazione trasporto, e dal carattere frammentario e non sistemico delle politiche pubbliche e degli investimenti sull’intero territorio nazionale. Le carenze infrastrutturali (pur ovunque distribuite) sono gravissime nelle regioni del Mezzogiorno, che presenta oggi rispetto alla media italiana una dotazione complessiva del 59%, del 46% di infrastrutture idriche, 43,6% energetiche, 76% di comunicazione, 80,4% di trasporto. Come evidenzia la SVIMEZ, e già sottolineato nei Rapporti annuali del Dipartimento per le politiche di coesione e sviluppo, in studi specifici della Banca d’Italia, la complessiva inefficienza delle reti e la divisione dell’Italia in due
nelle reti di comunicazione è oggi vistosissima soprattutto sotto l’aspetto qualitativo. Quanto alle infrastrutture nelle regioni meridionali, se le carenze nei servizi di competenza regionale e locale chiamano totalmente in causa le responsabilità delle relative istituzioni e attori, nonchè la capacità delle classi dirigenti e della società civile di mobilitarsi verso obiettivi strategici e non opportunistici di crescita, le scelte fondamentali sulle grandi reti di comunicazione, pur non escludendo la capacità progettuale e propositiva dei territori e delle classi dirigenti locali, si devono
all’indirizzo delle politiche pubbliche nazionali e delle grandi imprese pubbliche responsabili dei
relativi servizi. La quota di risorse ordinarie oggi destinate ad infrastrutture di rete nelle regioni meridionali dagli enti pubblici, tra cui Anas, Ferrovie dello Stato, Enel, è persino scesa dal 28,7% della media nazionale del 1998, al 22,3% del 2006. Il 68% della spesa della pubblica amministrazione è concentrato nel Centro-Nord”.
Questa è una parte della relazione di Leandra D’antone, storica dell’economia, presentata in un suo recente intervento per lo Svimez, “Infrastrutture per l’Italia: 1860-2011”. 
Dal suo interessante report si comprende quanto sia evidente il divario infrastrutturale tra Nord e Sud. Per quanto riguarda le Ferrovie viene sottolineata la mancanza di collegamenti ad alta velocità da Napoli in giù. Aggiungo che in Sicilia, dove le ferrovie dello stato non hanno voluto investire negli ultimi anni cancellando di conseguenza molte tratte, la rete ferroviaria è davvero fatiscente e arcaica. La rete si estende per 1400 Km di cui 780 elettrificati. Dal 1999 ad oggi la distanza coperta dalla rete non ha subito cambiamenti. Il trasporto ferroviario che per tradizione raggiungeva in maniera capillare il territorio anche delle aree rurali interne non è stato incentivato da politiche di rinnovo e ammodernamento strutturale anzi in alcuni tratti non elettrificati che potevano dare impulso a forme innovative di turismo verde e alternativo i binari sono stati smantellati. Ma la decisione di Trenitalia di cancellare alcune tratte ferroviarie nell’Isola è l’ennesimo atto di razzismo perpetrato da Roma nei confronti della Sicilia. Questa decisione calata dall’alto danneggerà centinaia di studenti fuorisede e di lavoratori pendolari che giornalmente utilizzano il treno, ed avrà pesanti ripercussioni per il turismo nell’Isola, altro che progetti per lo sviluppo delle infrastrutture e fondi per la realizzazione del ponte sullo stretto. E’ assurdo poter pensare di cancellare le tratte in una terra come la Sicilia già penalizzata dalla mancanza di una adeguata rete di trasporti. La situazione peggiora se parliamo di strade e autostrade. La D’Antone, sostiene che l’unico collegamento possibile per tutte le Regioni del Sud sarà l’autostrada Salerno-Reggio Calabria (ancora in corso di adeguamento con la corsia di emergenza, e che, a lavori conclusi).  In Sicilia si rileva la totale mancanza di una rete autostradale a tre corsie contro i 23 km per 1000 km di superficie territoriale (l’Italia mediamente ne conta 21 km). Le autostrade Catania - Messina e Catania – Palermo hanno bisogno urgenti interventi di ripristino del manto stradale e delle gallerie; La Catania Siracusa, terminata di recente, deve essere migliorata; la Gela- Palermo è inagibile, da qualche anno, a causa del crollo di un ponte subito dopo la realizzazione. Le maggiori problematiche delle strade siciliane riguardano soprattutto lo scadente livello nei servizi agli utenti, gli alti livelli di incidentalità con i relativi tassi di mortalità che risultano essere superiori rispetto alla media nazionale e lo scarso collegamento tra i nodi urbani, le zone costiere e le aree interne soprattutto per le Province di Agrigento, Enna, Caltanissetta e la mia Provincia, quella di Ragusa. Pensate da Ragusa per arrivare a Palermo, ad una velocità di 100 km/h, ci si impiega 3 ore e mezzo – 4 ore. La mancanza di collegamenti stradali efficaci compromette l’efficacia delle strutture aeroportuali che nel Meridione sono numerosi. L’Aeroporto di Catania, uno dei più grandi del Meridione, ad esempio da Ragusa dista 1 ora e mezzo di macchina a causa della mancanza di autostrada che permetterebbe i cittadini ragusani e dei paesi limitrofi di raggiungere la stazione aeroportuale in circa mezz’ora. L’intervento prioritario si concentra sull’aeroporto di Comiso, a supporto dell’aeroporto di Catania ed a copertura dell’area orientale dell’Isola. Finanziato con fondi POR, con delibera CIPE, ma anche con fondi privati doveva entrare in pieno regime già dall’anno scorso ma ancora aspettiamo l’apertura. Nonostante questi disagi, i siciliani, sono costretti a pagare un costo eccessivo di trasporti. In questo periodo di crisi, e soprattutto con l’aumento della benzina, ne risentono maggiormente tutte le persone che lavorano fuori città e a causa di mancanza di mezzi di trasporto (autobus, treni) sono costretti a viaggiare in macchina. Ma, in modo particolare a soffrirne sono gli autotrasportatori che ogni settimana si dirigono verso il nord Italia per la distribuzione delle merci e dei prodotti. Pensate che da Vittoria (dove si trova uno dei più grandi mercati ortofrutticoli della Sicilia) per arrivare a Roma ci vogliono 20 ore di viaggio.
Per quanto riguarda la portualità, come sostiene la D’Antone, pur con punte di eccellenza (come il porto di Gioia Tauro), grazie all’intensità dei traffici tra Occidente e Oriente attraverso il Mediterraneo stenta a riorganizzarsi sulla base delle indicazioni comunitarie e di una coerente e non puramente enunciata scommessa sull’incremento delle relazioni commerciali tra l’Europa e il Nord Africa. Ad esempio, lo sviluppo delle infrastrutture siciliane ruota attorno a due grandi poli portuali. Nella parte orientale dell’Isola, vi è l’area Pozzallo-Catania-Augusta, quest’ultima vocata al trasporto container, con alle spalle un retro porto ben attrezzato, e da collegare in modo intermodale (ferrovie e strade) col grande interporto di Catania Bicocca. Nella parte occidentale, vi è il porto di Trapani-Palermo, con l’interporto di Termini Imerese, da specializzare nel trasporto con traghetti che consentono collegamenti veloci con i porti del Nord Italia, realizzando una grande autostrada del mare. Su queste piattaforme logistiche, di cui potranno beneficiare attraverso un sistema integrato tutte le province della Sicilia, si gioca una parte consistente dello sviluppo futuro della Regione.
Iniziamo dallo sfatare un luogo comune, secondo il quale il primo sforzo serio per dotare di infrastrutture il meridione si sarebbe avuto a partire dagli anni ’50 con l’”intervento straordinario”.
Così non è stato e non è ancora oggi. Le risorse dello Stato impegnate nel Mezzogiorno quasi sempre non sono state ben utilizzate per la realizzazione e lo sviluppo delle strutture dedicate al meridione. Il gao infrastrutturale siciliano nei confronti dell’Italia è grave e risulta sostanzialmente invariato negli ultimi anni. “una regione ben dotata di infrastrutture avrà un vantaggio comparato rispetto ad una meno dotata e questo si tradurrà in un più elevato Pil regionale pro-capite o per persona occupata e/o anche in un più levato livello di occupazione. Da ciò consegue che la produttività, i redditi e l’occupazione regionale sono funzione crescente della dotazione di infrastrutture”. Come tutte le grandi opere, anche il Ponte di Messina è stata sempre fonte di lungo dibattito tra opinioni e sentimenti diversi, ha suscitato opposizioni di tipo politico, economico, etico e quant’altro. La paura che il ponte di Messina si riveli l’ennesima “cattedrale nel deserto”, che le strutture ferroviarie e autostradali promesse e necessarie affinchè questa colossale opera abbia un senso, rimanga pura utopia. I siciliani si chiedono: “a cosa serve il ponte se prima non si realizza e migliora la rete stradale?”. Inoltre, c’è chi non vuole vedere deturpate ed inquinate le bellezze naturali di Ganrizzi e Villa, nonostante nella progettazione del ponte di Messina si sia fatto il possibile per ridurre ai minimi termini l’impatto ambientale. Nel corso degli anni il tema delle “infrastrutture” è diventato una questione importante e cruciale per l’economia e lo sviluppo del Meridione della mia amata isola Siciliana. Adesso se si vuole pensare ad una vera crescita del Paese si deve ripartire dal Sud, dallo sviluppo e dalla crescita del Meridione, ripensando alle infrastrutture nel suo complesso: dal sistema dei trasporti, alla realizzazione di opere pubbliche, ai fondi FAS, al sistema energetico fino ad arrivare al sistema delle telecomunicazioni.



Valentina Spata 

mercoledì 21 marzo 2012

MANIFESTAZIONE ANTIMAFIA: IL PRESIDE DEL FABIO BESTA NEGA AGLI STUDENTI IL DIRITTO DI MANIFESTARE.





Si svolgerà in tutto il paese la Giornata della Memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
Tanti gli studenti e i giovani che scenderanno in piazza per commemorare le vittime di tutte le mafie.
La manifestazione diventa, pertanto, un momento importante non solo per ricordare, ma anche e soprattutto per "urlare" che bisogna reagire ad ogni forma di illegalità. Legalità vuol dire credere nel valore delle leggi e dello stato, legalità e lotta alla mafia vogliono dire e devono voler dire combattere ogni giorno nel nostro piccolo la mafia e gli abusi di potere.
A seguito della manifestazione antimafia a Ragusa, organizzata per oggi, il Preside dell'istituto Fabio Besta ha minacciato punizioni feroci ai partecipanti. Non è la prima volta che accade, ma questa volta gli studenti hanno deciso di rompere questo silenzio e denunciare la violazione di un loro sacro e santo diritto.
Voglio ricordare al Preside che, l'art. 21 della nostra Costituzione sancisce che "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". La norma tutela sia il diritto di esprimersi liberamente sia il diritto di utilizzare ogni mezzo per diffondere il proprio pensiero. Questo diritto è un vero diritto di libertà. Ciò significa che nessuno può impedire ad altri di manifestare un pensiero.Evidentemente il Preside non conosce la nostra Costituzione e i principi fondamentali ad essa connessi. Eppure un Preside di una scuola superiore, che dovrebbe garantire il rispetto delle regole, dovrebbe anche conoscere e rispettare quella che è una legge costituzionale. 
Pertanto, esprimo la mia solidarietà agli studenti restando sempre a loro disposizione e condanno fortemente l'atteggiamento antidemocratico del Preside che ha leso ingiustificatamente i diritti degli studenti che volevano manifestare. Un rappresentante di una grande istituzione come la scuola, che dovrebbe dare il buon esempio, non può e non deve permettersi di violare i diritti degli studenti. Il rispetto delle regole è un elemento essenziale per la formazione e la crescita dei ragazzi, è una responsabilità collettiva della società e deve essere insegnata fin dall’inizio nelle scuole, ma prima di tutto le regole devono essere rispettate da chi ha la funzione di garantire la qualità dei processi formativi degli studenti e il raggiungimento dei risultati e dell'efficenza della scuola.
Valentina Spata

mercoledì 7 marzo 2012

PALERMO: PRIMARIE IN CORTOCIRCUITO!!





“Qui finisce la speranza dei cittadini onesti”.


Se ricordate, questa frase era scritta in uno striscione che alcuni cittadini portarono davanti alla Chiesa di San Domenico a Palermo, all’uscita della bara del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla mafia. Era il 1983, io avevo appena 2 anni, non posso essere testimone ma ricordo bene questa scena rimasta in memora dopo vari documentari visti durante gli anni della mia vita.

Sappiamo tutti che Palermo ha assistito a orrendi crimini, e la sua anima, prima che il suo territorio, è stata devastata dalla corruzione e dal malaffare.

I palermitani, hanno reagito poco a questo sistema, in questi anni hanno subito, anche perché oppressi dal bisogno, angherie di ogni genere da una classe politica, che continua tutt’oggi a depredare la loro città, ingannandoli.

Il nostro capoluogo siciliano non è governato dalla “sinistra” da almeno 20 anni e in questo lungo periodo ho visto un centro destra distante dai bisogni reali dei cittadini. Un governo, quello palermitano, che ha portato al lastrico una delle città più belle d’Italia.

Palermo è oggi la città italiana con la più alta presenza di precari e disoccupati dove l'unica fonte di occupazione è il lavoro nero o quello ottenuto con il sistema “illegale” dello scambio di voto tra coloro che cercano disperatamente il lavoro e taluni politici che li ricattano, ben conoscendo le loro drammatiche situazioni familiari.

Palermo è una città con un Sindaco, che da più tempo è assente, che non ha saputo e potuto gestire la vita della città, affiancato da assessori, che non hanno dimostrato competenza e capacità, rivelandosi inadeguati per i compiti loro affidati; un sindaco che ha suscitato indignazione e rabbia tra i Palermitani, che all’epoca dei Vespri lo avrebbero cacciato via! Queste sono le parole, che condivido, di un generale dei carabinieri che descrive esattamente la situazione attuale della città palermitana.

Adesso è arrivato il tempo di dire basta e di muoversi come il mare che, dopo i lunghi mesi estivi, è stanco di essere quieto!

Adesso, abbiamo capito che i palermitani hanno una grande voglia di riscatto e lo si vede dalla entusiasmante ed importante partecipazione che ha visto quasi 30.000 persone protagonisti delle primarie della scorsa domenica. Questo è il dato più importante, che poco si è guardato, ma che merita maggiore attenzione.

In questi giorni abbiamo assistito a tante polemiche, a tanti attacchi nei confronti del Segretario Regionale Lupo, del Segretario Nazionale Bersani, del Pd siciliano..addirittura su striscia la notizia si è resa pubblica la notizia che uno dei candidati, Davide Faraone, ha promesso “lavoro in cambio di voti”.

Ora, io da siciliana e da iscritta del Partito Democratico, penso che il nostro partito di errori ne abbia fatto tanti ma ricordiamoci che la politica è fatta da “uomini” e pertanto solo l’uomo può redentere i propri errori.

Io sono stata una di quelli che pensava, che Rita Borsellino era il candidato ideale per vincere a Palermo. Sinceramente m’aspettavo un risultato migliore, sennonché non mi sento di condannare la scelta del Segretario Regionale Giuseppe Lupo, insieme a tanti altri dirigenti del pd siciliano e del Segretario Nazionale Bersani, per un semplice motivo: la Borsellino, come sempre ha dato, e come sempre lo darà, questo gran contributo, sia in termini elettorali che d’ immagine. Se non ci fosse stata lei candidata, una parte dei palermitani, forse, non sarebbe andata a votare. Di questo bisogna prenderne atto.

Poi, facendo un analisi più politica, penso che questi dati, sono la dimostrazione evidente che la gente ha bisogno di vedere sulla scena politica “figure nuove”. Io non sono una “rottamatrice”, del tipo, costando fuori i vecchi” per poi dare spazio le giovani “leve”. Penso che un grande partito come il nostro deve porre in considerazione questa situazione, quella dello scambio generazionale, in completa armonia politica. Per questo credo che la vittoria di Fabrizio Ferrandelli, debba farci riflettere e debba essere un nuovo e più slanciato“punto di partenza” per il nostro partito siciliano e non un motivo di rottura che, in questo momento risulterebbe dannoso per tutti, anche per i palermitani che sperano in un mero e completo cambiamento. Dobbiamo prendere atto della vittoria meritata di Ferrandelli, e di tutti coloro che nel nostro partito, hanno deciso di sostenerlo. Adesso bisogna avere un po’ di BUON SENSO di unità del partito e della coalizione di centrosinistra, per vincere le amministrative che si terrano a maggio.

Prendiamo atto anche del grande risultato del candidato Davide Faraone che, a differenza di ogni altra impresunta aspettativa, ha svolto una campagna elettorale corretta e ha avuto un sostegno, anche se pur minimo, da parte, di alcuni amici e compagni del PD Sicilia. Cari amici e compagni di partito, è giusto hic et nunc mettere da parte i nostri vecchi rancori e dissapori, per far convergere in un unico progetto il programma migliore per Palermo, perché solo NOI, il PD e i nostri alleati possono vincere queste amministrative! Noi siamo l’unica speranza per questa città e per i tanti palermitani speranzosi di questo onto cambiamento politico. E allora, da ora agiamo con senso di responsabilità, questi nuovi cambiamenti politici! Questo il mio nuovo appello.

In merito alle primarie, come strumento per scegliere i nostri candidati, vorrei fare alcune riflessioni. Premesso che, condivido quanto detto da Dino Amenduni sul Fatto: “La mia proposta è imporre il doppio turno alle Primarie quando il candidato vincente non supera il 50% del consenso. Si va al ballottaggio una settimana dopo. In questo modo si eviterebbe che dalle urne emerga un candidato non voluto dalla maggioranza assoluta dei cittadini e il condizionamento del voto dall’esterno sarebbe certamente più complicato, perché diventerebbe difficile attivare una macchina artificiale del consenso per due volte in soli sette giorni”, non condivido questo strumento poiché non lo considero democratico ed efficace.

Il Partito Democratico ha importato il modello delle “primarie” dagli Stati Uniti con la differenza che mentre in America sono i comitati elettorali a votare, in Italia dovrebbero votare gli iscritti e i simpatizzanti al Pd, quando si tratta di primarie interne al nostro partito, o iscritti e simpatizzanti dei vari partiti di centro sinistra quando si tratta di primarie di coalizione, ma come ben sappiamo pur di vincere facciamo votare chiunque. Bene, è in questo modo che il sistema delle primarie entra in cortocircuito. In Italia, alle primarie, votano tutti, anche simpatizzanti e iscritti di altri partiti che non competono alla gara elettorale. Ad esempio, amici miei, esponenti e iscritti al partito di Raffaele Lombardo, hanno votato alle primarie di Palermo. Mi chiedo: che senso ha rivolgerci ad altri partiti per scegliere la nostra classe dirigente??? Non possiamo utilizzare criteri più democratici che tengono in considerazione il merito e il valore di tante risorse che possono sicuramente portare rinnovamento e cambiamento??? Iniziamo a cambiare le regole del gioco, iniziamo a portare il re-innovamento negli strumenti che il nostro partito utilizza per affrontare le competizioni elettorali ma soprattutto iniziamo tutti a farci un bel bagno di umiltà prima di sputare e compromettere sentenze su “quello” o “quell’altro” dirigente, perché di errori politici in questi anni se ne sono stati fatti davvero tanti. Questo è, a mio avviso, il nuovo punto di partenza che ci porterà ad un vero e profondo cambiamento.

Valentina Spata