giovedì 19 luglio 2012

Paolo Borsellino, VIVE!! A vent'anni dalla sua morte.









"Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare". Paolo Borsellino. 


In questi vent'anni abbiamo imparato ad amare la nostra terra anche per le cose che non ci piacevano, ma soprattutto abbiamo sperato di conoscere la verità sulle stragi di mafia e di ricevere giustizia per i nostri eroi che restano vivi nella nostra mente, nei nostri cuori e nelle nostre vite. 
Ancora aspettiamo!! 



lunedì 16 luglio 2012

PERCHE' I BAMBINI AFRICANI NON PIANGONO??? LETTERA DI UNA MADRE AFRICANA!


Per voi questa splendida testimonianza scritta da Claire sul sito ingleseInCultureParent. Una mamma africana, che vive da anni in inghilterra, racconta la sua esperienza dei primi 6 mesi di vita di sua figlia, alla riscoperta della saggezza dell’intuito nelle sue radici. Una lettura che fa riflettere e che ci lascia con una regola: il bimbo e’ il manuale di cui disponiamo per essere genitori.
***
Sono nata e cresciuta in Kenya e Costa d'Avorio fino all’età di 15 anni, poi mi sono trasferita nel Regno Unito. Tuttavia, ho sempre saputo che volevo crescere i miei figli (quando li avrei avuti) a casa in Kenya. Sì, davo per scontato che li avrei avuti.
Sono una donna africana moderna: con due lauree, appartengo alla quarta generazione di donne che lavorano, nella mia famiglia, - ma quando si tratta di bambini, sono un’africana tradizionale. Rimane in me la convinzione che la vita non sia completa senza figli e che i bambini sono una benedizione a cui è da folli rinunciare. Anzi, non avere figli non è neppure preso in considerazione.
La mia gravidanza iniziò nel Regno Unito. Con la gravidanza arrivò una tale spinta a tornare a casa, che al quinto mese avevo già venduto il mio studio, messo a punto una nuova attività, cambiato casa e continente.
Quando mi scoprii in attesa feci quello che la maggior parte donne incinte nel Regno Unito avrebbe fatto, divoravo libri: Our Babies, OurselvesAmarli senza se e senza ma, tutti i libri di W. Sears e l'elenco potrebbe continuare. (Mia nonna poi commentò che i bambini non leggono libri e che tutto quello che dovevo fare era "leggere" il mio bambino).
Tutto quello che leggevo diceva che i bambini africani piangono meno dei bambini europei. Questo mi incuriosì molto, volevo scoprire perchè.
Una volta a casa, in Kenia, mi misi ad osservare. Tendevo lo sguardo per vedere madri e bambini, ed erano ovunque, anche se i neonati africani sotto al mese e mezzo di vita rimanevano per lo più a casa.
La prima cosa che notai fu che, nonostante la loro ubiquità, era in realtà molto difficile "vedere" davvero un neonato keniano. Di solito sono incredibilmente ben avviluppati, prima di essere portati in braccio o fasciati sulla loro mamma (a volte il papà). Anche i più grandini, fasciati sulla schiena degli adulti, vengono ulteriormente protetti dall’esterno da un telo di grandi dimensioni. Saresti già fortunato a scorgere un arto, figuriamoci un occhietto o il naso. Il modo in cui vengono fasciati è come la replica di un utero. I bambini sono letteralmente imbozzolati in modo da essere protetti dallo stress del mondo esterno in cui sono giunti.
La seconda osservazione che fu chiara era legata ad un differenza culturale. Nel Regno Unito è dato per assunto che i bambini piangano, il pianto è connaturato al bambino. In Kenya, è esattamente il contrario: è dato per assunto che i bambini non piangono. Se lo fanno è segno di qualcosa di terribilmente sbagliato e occorre agire immediatamente per porre rimedio, rimuovere la causa. Mia cognata inglese una volta disse: "Alla gente qui non piace proprio che i bambini piangano, vero?”. Trovai che la sua osservazione riassumeva proprio bene questa differenza.
Tutto diventò molto più chiaro quando finalmente partorii e arrivò mia nonna dal villaggio a trovarmi. In effetti la mia bambina piangeva abbastanza spesso. Esasperata e stanca, dimenticai tutto quello che avevo mai letto e, a volte volevo piangere con lei. Ma per mia nonna era molto semplice: "Nyonyo!", “Dalle il tuo seno!”, era la sua risposta ad ogni singolo vagito.
C’erano momenti in cui era un pannolino bagnato, oppure in cui voleva venire in braccio, o aveva bisogno di fare un ruttino, ma per lo più voleva solo stare al seno – e non importava se voleva mangiare o se aveva solo bisogno di un momento di conforto. La indossavo, in fascia, praticamente sempre e facevamo co-sleeping (dormivamo insieme) così portarla spesso al seno era una naturale estensione di quello che già facevamo.
All'improvviso mi fu chiaro il segreto non così nascosto del silenzio gioioso di bambini africani.  Si trattava di una simbiosi fatta per soddisfare i bisogni. Una cosa che richiedeva una sospensione totale dell’idea di ciò che sarebbe dovuto essere, sostituita dall’accoglienza, senza condizionamenti, di ciò che stava realmente accadendo in quel momento.
Il risultato era che mia figlia poppava molto - molto più di quanto avessi mai letto e almeno cinque volte tanto quanto previsto da alcuni dei più rigorosi schemi di poppate che avevo visto.
A circa quattro mesi, quando un sacco di mamme di città iniziano ad introdurre i cibi solidi nel rispetto degli schemi di svezzamento, mia figlia tornò a un ritmo di suzione da neonato: la allattavo ogni ora, fu uno shock totale. Negli ultimi quattro mesi, il tempo tra le poppate aveva cominciato ad aumentare, fino a consentirmi di ricominciare a trattare qualche paziente senza che i miei seni perdessero latte o che la baby-sitter interrompesse la seduta perché la bimba aveva bisogno di una poppata.
La maggior parte delle mamme, nel gruppo madri-neonati che frequentavo, aveva diligentemente iniziato a introdurre la crema di riso (per allungare il tempo fra le poppate) e tutti i professionisti coinvolti nella vita dei nostri figli - pediatri, anche doule, dicevano che andava bene: le mamme avevano bisogno di riposo, avevamo già fatto davvero tanto arrivando a quattro mesi di allattamento esclusivo al seno. Ci assicurarono che i nostri bambini sarebbero stati  bene.
Tuttavia dentro di me sentivo qualcosa di stonato in questo, e anche quando provai, senza troppa convinzione, a mescolare un po’ di papaia (il cibo tradizionale per lo svezzamento in Kenya) con del latte in polvere e lo offrii a mia figlia, lei non ne prese neanche un po’.
Così chiamai mia nonna. Lei si mise a ridere e mi chiese se avevo ricominciato a leggere libri. Mi spiegò che l'allattamento al seno è tutt'altro che lineare.
"Ti dirà lei quando sarà pronta per il cibo – anche il suo corpo te lo dirà."
"Che cosa faccio fino ad allora?" chiesi ansiosa.
"Fai quello che hai fatto fin’ora, semplicemente nyonyo."
Così la mia vita rallentò di nuovo praticamente fermandosi. Mentre molti dei miei coetanei rimanevano meravigliati di come i loro figli dormivano più a lungo ora che avevano introdotto le creme di riso e addirittura si avventuravano su altri alimenti, io mi svegliavo ogni due ore con mia figlia e informavo i pazienti che il ritorno al lavoro non sarebbe stato come avevo previsto.
Presto scoprii che mi stavo trasformando, del tutto involontariamente, in un servizio di sostegno informale per altre mamme di città. Il mio numero di telefono cominciò a girare fra le mamme e spesso, mentre allattavo la mia bimba mi sentivo pronunciare le parole: "Sì, continua ad allattarlo. Sì, anche se lo hai appena allattato. Sì, succede che non riesci a trovare il tempo di toglierti il pigiama in tutta la giornata. Sì, hai bisogno di mangiare e bere come un cavallo. No, non è il caso di prendere in considerazione di tornare al lavoro se ti puoi permettere di non farlo." Infine, rassicuravo le mamme: "Stai tranquilla, poi diventa più facile." Su quest’ultima frase facevo una professione di fede, visto che per me le cose non erano ancora diventate più facili.
Una settimana prima che la mia bimba compisse cinque mesi, tornammo in Inghilterra  per un matrimonio e per presentarla a familiari e amici. Non avevo particolari esigenze e così fu semplice continuare a seguire i suoi schemi di poppata. Andavo avanti, nonostante gli sguardi sconcertati di molti stranieri per il fatto che allattavo mia figlia in luoghi pubblici vari (molti “spazi allattamento” in luoghi pubblici erano relegati nei bagni, e non riuscivo proprio ad usarli).
Al matrimonio, a tavola, le persone vicine a noi osservarono: "che bimba tanquilla – certo che l’allatti ancora tanto." Non dissi nulla, ma quando un'altra signora commentò: "Anche se ho letto da qualche parte che i bambini africani non piangono quasi mai." non potei trattenere una bella risata.
La cosa più importante che mi ha guidato è stata la saggezza dolce di mia nonna:
1. Offrile il seno ogni singolo volta che la bimba ha qualcosa che non va - anche se lo hai appena fatto.
2. Dormi insieme a lei (co-sleeping). Così puoi allattarla prima che lei si svegli del tutto e questo le consentirà di tornare a dormire più facilmente e potrai riposare di più.
3. Portare sempre con te una bottiglia di acqua la sera: per mantenerti idratata e far scorrere il latte.
4. Fai dell’allattamento la tua priorità (in particolare durante gli scatti di crescita) e prendi da quelli intorno a te tutto l’aiuto che puoi. E ricorda: c'è ben poco che non possa attendere.
Leggi il tuo bambino, non i libri. L'allattamento al seno non è lineare - va su e giù o è circolare. E ricorda: sei tu l'esperta dei bisogni di tua figlia.
Claire

domenica 15 luglio 2012

Diritti Civili: quello che penso!!


Su tale questione corriamo gravi rischi. Abbiamo detto che la laicità va difesa così come vanno difesi i diritti civili.
Personalmente, sono dell’opinione che la famiglia va difesa ma vanno anche difesi i diritti di tutte le minoranze (sessuali, religiose, culturali, etniche, “esistenziali”) a vivere in una più avanzata cittadinanza.
E’ arrivato il momento di attuare le politiche sociali che mancano per  la famiglia, la scuola, la sicurezza, la casa, il welfare e i giovani, ma bisogna capire che sarà tanto più possibile difendere i valori laici quanto più saranno affermati i valori sociali in modo che nessuno possa insinuare che dei valori prendano il posto di altri.
Quello che ci affligge oggi è il divario tra la grandezza delle nostre sfide e la piccolezza della nostra politica, la facilità con cui ci facciamo distrarre da cose insulse e triviali, il nostro cronico evitare decisioni difficili, la nostra apparente incapacità di costruire il consenso necessario ad affrontare i problemi importanti.  Spesso riteniamo la fede (qualsiasi essa sia) una fonte di conforto e comprensione ma le nostre espressioni di fede producono spesso divisioni.
Crediamo di essere persone tolleranti nonostante le tensioni razziali, religiose e culturali intorpidiscano il nostro scenario. E invece di risolvere queste tensioni o di mediare i conflitti, la nostra politica li ravviva, li sfrutta, li cavalca dividendoci di fatto ancora di più.
Quindi continuiamo a barricarci su posizioni oltranziste fino ad arrivare a dire che i cattolici favorevoli alla legge dell’aborto sono vicini alla scomunica,  o a presentare mozioni a favore di una o di un’altra manifestazione, continuiamo ipocritamente a difendere una famiglia che non è assolutamente minacciata da chi vuole, con estremo rispetto delle decisioni altrui, attribuire alle coppie di fatto diritti e doveri.
Troppo spesso la politica si trova indietro rispetto alla società, troppo spesso attuiamo difese fondamentaliste per chissà quale strategia politica perdendo di vista i veri bisogni e lo stato attuale della società moderna, e poi ci lamentiamo che la gente si allontana dalla nostra politica, che i cittadini non partecipano più, che la gente non si riconosce nelle istituzioni che rappresentiamo,  che i giovani preferiscono i gruppi ed i movimenti ai partiti.
Quindi smettiamola di imporre la nostra morale o quella dettata da qualsiasi altra istituzione, fissiamo delle regole, stabiliamo delle leggi, poniamo dei limiti, come ad esempio quello sulle adozioni, e poi lasciamo alla gente la libertà di scegliere se convivere, sposarsi civilmente, sposarsi in chiesa o dare vita ad un unione civile nel rispetto di tutti, nessuno escluso. Tuteliamo tutte le famiglie,  ogni forma di famiglia, ogni forma di unione senza dare vita a persone che si possano sentire figlie di un dio minore. 

Questa battaglia di civiltà deve andare di pari passo con quella sul diritto di cittadinanza. Bisogna riconoscere diritti e doveri che debbono essere uguali per chiunque nasca in Italia.  Dobbiamo essere contro la cittadinanza a punti che crea cittadini di serie A e di serie B. Il diritto di cittadinanza è un diritto assoluto e non può essere sottoposto a valutazioni e ad esami. Chi nasce in Italia è italiano e ha diritto a formazione, assistenza, lavoro. Chi viene in Italia da altri paesi deve essere accolto e aiutato a non cadere nelle mani della criminalità organizzata. Tutto il mondo è paese e se un extracomunitario viene in Italia per delinquere sarà la giustizia a giudicarlo e condannarlo così come per un italiano.
Siamo nel 2012 e anche il nostro paese deve evolversi per un vivere insieme in una comunità che, oggi, ha bisogno di più coesione sociale.
Valentina Spata


L'incapacità di amministrare: Ragusa rischia di perdere un evento mondiale, Ibla Gran Prize.



E' terminato il Gran Prize, un concorso musicale internazionale indetto a favore di compositori, pianisti, cantanti lirici, strumentisti italiani e stranieri. Un evento che a differenza degli anni scorsi, oggi vede la presenza di 2500 circa presenze in meno a causa dall'incompetenza di questa amministrazione comunale che non solo non ha dato il contributo economico ma nemmeno favorito l'esibirsi di tanti artisti internazionali e nazionali nelle piazze ma all'interno della sala Falcone - Borsellino. 
L'evento non è stato nemmeno pubblicizzato. Vorrei capire come intende questa amministrazione promuovere e favorire il turismo??? 
Il Sindaco Dipasquale afferma che in un periodo di crisi come questo non ci sono i soldi per favorire questi eventi. Io dico che è meglio spendere i soldi per eventi mondiali come questi che ogni hanno hanno visto la presenza di migliaia di turisti anzichè favorire 3 feste di carnevale, la fiera della frittella e altre cavolate pagate fior di quattrini. Ecco dove sta l'incapacità di amministrare una città!! Dal prossimo anno rischiamo di non poter ospitare questo evento nella nostra città barocca a causa del suo trasferimento a New York. La foto testimonia come nel giro di un anno siamo stati capaci di ridurre drasticamente le presenze, di lasciare delusi gli artisti costretti ad esibirsi in una sala antiquata, piccola e fatiscente (l'audio non funzionava bene, i condizionatori inesistenti) e soprattutto di far incavolare l'organizzatore che il prossimo anno ospiterà l'evento in un altro paese. Vergogna solo vergogna!!

Valentina Spata

Accordo UE Marocchino: colpisce duramente l'agricoltura italiana e siciliana.




E’ allarme sulle conseguenze dell'accordo commerciale siglato tra l'Unione Europea e il Marocco che "non interpreta le ragioni dell'agricoltura mediterranea ma piuttosto quelle delle lobby e delle grandi industrie del centro-nord europeo a danno dell'economia meridionale, siciliana e anche di quella marocchina. Il testo prevede l'apertura delle frontiere del Paese ad un'economia, quella marocchina, che non e' chiamata a rispettare le stesse regole in materia di scambi commerciali e di tutela della salute del consumatore, che, invece, devono rispettare gli operatori dei settori agricolo e ittico in Europa. Si tratta, quindi, di una sfida concorrenziale che si gioca con un netto vantaggio per l'avversario.
Sostanzialmente, alle importazioni di prodotti agricoli e ittici dal Marocco. Abbassando notevolmente i dazi, infatti, le merci dell’altra sponda del Mediterraneo saranno libere di arrivare sui nostri mercati. Il rischio, ovviamente, è che saremo invasi da tonnellate di agrumi marocchini, comperati a basso costo dai rivenditori, che invece noi continueremo a pagare come sempre. 
I voti a favore sono stati 369 voti, 225 contrari e 31 astensioni. Gli europarlamentari del PD favorevoli all’accordo sono stati: Salvatore Caronna, Leonardo Domenici, Roberto Gualtieri, Antonio Panzeri, Gianni Pittella, Debora Serracchiani, David Sassoli, Francesca Balzani, Luigi Berlinguer, Sergio Cofferati, Vittorio Prodi, Silvia Costa, Gianluca Susta, Patrizia Troia, Francesco De Angelis, Guido Milana; I contrari del Pd: Pino Arlacchi, Rosario  Crocetta e Mario Pirillo (corretto al termine delle votazioni, prima favorevole); Gli assenti del Pd: Rita Borsellino e Andrea Cozzolino.

Per Fepex, l'associazione degli esportatori spagnoli, il parlamento europeo non ha tenuto conto delle gravi conseguenze che l'attuale accordo provoca già nelle zone di produzione spagnole. Nel settore del pomodoro, quest'ultimo anno l'attuale accordo ha causato la perdita di 12.500 posti di lavoro nelle regioni Andalusia, Canarie, Valencía e Murcia, con tassi di disoccupazione superiori al 30%.
Fepex deplora il fatto che questa situazione sarà estesa ad altra frutta e verdura e ad altre regioni, dal momento che il nuovo accordo prevede la liberalizzazione del commercio di quasi tutta la frutta e la verdura proveniente dal Marocco.
Si tratta di un accordo squilibrato che colpisce duramente l’agricoltura italiana e siciliana in un contesto già particolarmente difficile dal punto di vista economico e sociale’.
Quello di cui non riesco a trovare spiegazione è il silenzio assordante della classe dirigente politica e soprattutto degli italiani. In Portogallo e Spagna ci sono state reazioni compatte contro il provvedimento votato, mentre in Italia siamo impegnati a pensare ad altro. Inoltre, non comprendo come il Partito Democratico, ovvero il mio partito, consapevole delle difficoltà che sta attraversando il settore agricolo, abbiano potuto votare a favore di un accordo scellerato come questo, considerato dannoso per i nostri agricoltori.  Le conseguenze per i produttori agricoli siciliani e del Mezzogiorno d'Italia saranno devastanti. 
Gli italiani, inviati in comunità europea e i rappresentanti attuali politici, non sembrano capaci di dire mai di “no” di fronte a proposte che vanno contro gli interessi del nostro Paese, creando situazioni che giovano agli altri e mai a noi. Ci vorrebbe anche una dose di sano “egoismo” che torni a mostrare una Nazione per quello che è realmente: indipendente, senza nulla togliere alle possibilità di scambio internazionale, ma nell’ottica anche di una salvaguardia locale dei tesori che già ci appartengono da secoli. 

Valentina Spata

martedì 5 giugno 2012

DIFENDIAMO L'ASSOCIAZIONE METER PER COMBATTERE LA PEDOFILIA

L'associazione Meter, guidata da Don Fortunato Di Noto che, da oltre dieci anni è in prima fila contro la pedofilia ed a difesa dell'infanzia è costretta a chiudere la sede ragusana a causa dei tagli della politica regionale e nazionale. 
Negli ultimi anni, purtroppo, abbiamo assistito ad una costante riduzione dell'attenzione e delle risorse economiche verso le associazioni e le categorie sociali. 
Dopo il taglio dei fondi per il Sociale, già avvenuto nel 2010, assistiamo ad ulteriori tagli che raggiungono un tasso percentuale elevatissimo (70%). 
Donne, bambini, anziani, disoccupati, giovani, disabili, migranti: i loro diritti, le loro tutele e le loro possibilità di essere inclusi nella società sono passati in secondo piano, anzichè essere prioritari.
Oggi ci troviamo in una società che mette a rischio la coesione sociale e favorisce l'esclusione e il disagio. 
Bisogna intervenire quanto prima. Le amministrazioni locali devono richiedere, al governo regionale e nazionale, maggiori attenzioni su questi temi e interventi urgenti per garantire i servizi necessari.
Per tale motivo, aderisco alla manifestazione organizzata oggi 5 giugno, in Piazza San Giovanni, affinchè la lotta alla violenza e alla pedofilia sia una priorità strategica nell'agenda politica dell'amministrazione comunale ma anche e soprattutto del governo regionale. 
Pertanto si richiamano le istituzioni ad un atto di responsabilità nei confronti dell'associazione Meter di Ragusa che da sempre combatte il fenomeno della violenza, chiedendo all'amministrazione comunale  di mettere a disposizione uno dei locali inutilizzati di sua proprietà.
Auspico, inoltre, ad un maggiore interessamento da parte del Governo regionale e al mantenimento delle promesse da parte del governatore Lombardo che nei giorni scorsi aveva dato la disponibilità a stanziare dei fondi da destinare alla Meter. 
Valentina Spata

lunedì 28 maggio 2012

La decadenza del Pd Siciliano.



Si è riunita, domenica 27 maggio, l’assemblea regionale del pd siciliano che ha visto chiuso un accordo tra il  Segretario Lupo (che non è stato sfiduciato) e l’area che fa capo a Lumia – Cracolici e a Innovazione. Accordo che prevede un direttorio composto da un gruppo di persone, di cui anche il Segretario del Pd siciliano.
Un’assemblea movimentata che ha visto protagonisti i deputati regionali che si azzuffavano in modo vergognoso. Una guerra di tutti contro tutti. Gli insulti, le accuse sono stati accompagnati da aggettivi irripetibili e i componenti assistevano allo spettacolo basiti e ammutoliti. Un’assemblea confusa, smarrita, scollegata, senza nessuna prospettiva.
La mozione di sfiducia al Segretario Lupo è stata ritirata, i promotori della stessa si sono presentati all’assemblea senza avere il coraggio di esporla ai componenti e soprattutto non avendo i numeri per  poterla votare.
Atteggiamento vergognoso, quello dell’attuale classe dirigente del Partito Democratico Siciliano, che ha mostrato di non essere in grado di gestire un partito. In queste ore abbiamo colto tutta l’inadeguatezza e lo squallore di questi personaggi politici che non hanno fatto altro che rovinare del tutto l’immagine e la credibilità del nostro partito.
Un partito che, in Sicilia, ha perso la sua identità, non rispettandone né i valori né i principi. Un partito in cui i deputati regionali hanno sempre dettato le regole e la linea politica a loro piacimento senza considerare le esigenze della nostra isola e soprattutto, in molte occasioni, scavalcando la volontà degli iscritti.
Un partito che si dice “democratico” ma che di democratico non ha nulla.  Il partito dei “giovani” che, però, vede in loro una “minaccia” invece che una “risorsa”.
Un partito, quello nostro, che non è riuscito a far valere la propria linea politica nemmeno all’interno del governo siciliano che amministriamo da diversi anni insieme a Lombardo.
Una classe dirigente fallimentare capace solamente di pensare ai loro interessi personali e a litigare anche nei momenti meno opportuni.  
Un partito che ha fatto scelte che non hanno nulla a che vedere con la buona politica. Siamo in mano ad una classe dirigente che sembra aver smarrito il senso della sua missione e che a seguito di questo smarrimento rischia di perdere ogni legittimazione, sia da parte dei siciliani che degli iscritti.
Lo stato indecoroso del nostro partito ormai è sotto gli occhi di tutti ed è inutile nasconderci dietro l’impossibile. Lo hanno dimostrato, ancora una volta, con gli inciuci che hanno reso ridicola questa assemblea regionale. Un partito allo sbando che non ha progetti e obiettivi ma solo la preoccupazione di chi deve andare a riempire le liste alle prossime elezioni politiche.
Non serve un consenso, se poi non si hanno idee, programmi e proposte di come gestire e rilanciare un partito in evidente declino di ruolo e perfino di identità. E proprio a seguito di questa condizione che è il caso di asserire con fermezza che deve andare a casa questa classe dirigente, che è riuscita, fino ad ora, solo grazie alle sue potenzialità economiche e massoniche, a dominare uomini e cose nella nostra Regione oltre che all’interno del nostro partito.  
Io desidero un partito che sappia accogliere ed interpretare le istanze dei cittadini, che riesca a rispondere realmente alle esigenze della nostra isola e dei siciliani. Che riesca a far tornare la Sicilia una terra all'altezza della sua storia.
Per queste diverse esigenze, occorre che la prossima classe dirigenziale del Pd siciliano sappia rispondere in modo adeguato puntando sul recupero della nostra identità e su una più moderna integrazione con il resto della regione.
E alla luce di questo voglio appellarmi ai giovani del Partito Democratico siciliano dicendo loro che è arrivato il momento di capire che se vogliamo essere la futura classe dirigente di questo partito dobbiamo avere il coraggio di alzare la nostra voce.
E siamo proprio noi giovani a doverci fare un esame di coscienza, perché non solo abbiamo contribuito ad eleggere questa classe dirigente, ma siamo rimasti fermi ad aspettare che qualcuno facesse il nostro bene. Ed è proprio in questo che abbiamo sbagliato e continuiamo a farlo.
E per questi motivi, non finirò mai di dire ai giovani, ai miei coetanei, di avvicinarsi alla politica, perché attraverso le nostre idee, il nostro pensiero, la nostra consapevolezza, il nostro contributo, insieme possiamo certamente cambiare qualcosa, partendo dai territori e puntando sempre più in alto. Si può fare, ma ci dobbiamo provare. Non lamentiamoci solamente, ma cerchiamo di costruire l’alternativa ad un modo di far politica che non ci appartiene. Partendo dal “NOI”, donne, uomini, giovani, tutti insieme partecipando attivamente a cambiare il “come della politica”, ovvero il modo in cui si propone al giorno d’oggi, svincolandoci dal capo-bastone di turno e mettendo in campo le nostre capacità.

Costruiamo insieme la storia politica di ciascuno di noi e soprattutto ridiamo dignità al nostro partito.



DISABILI: ANDARE A MARE SENZA BARRIERE.



In un territorio a vocazione turistica come quello ragusano, nel periodo estivo si avverte maggiormente il disagio dei soggetti disabili, per i quali diventa difficile la fruibilità delle spiagge libere e di buona parte degli stabilimenti balneari presenti, e ancor più l’ingresso in acqua.
Le persone con problemi motori, infatti, non possono raggiungere agevolmente il bagnasciuga, e meno che mai entrare in acqua. E’ per tali motivi, che ogni anno,  considero la nostra località marittima ancora un luogo pieno di ostacoli e di barriere e soprattutto mancante di quegli adeguamenti strutturali, previsti dalla normativa vigente, che permettano ai diversamente abili la visitabilità della spiaggia pubblica e soprattutto l’effettiva possibilità di accesso al mare.
Mancano adeguate discese a mare che permettano loro di arrivare in prossimità della battigia, e poter sistemare la propria sdraio/sedia e ombrellone, senza doversi impantanare nella sabbia con la carrozzina.  
In merito a quanto sopra, esiste la legge n.104 del 5.12.1992 che promuove la piena integrazione della persona diversamente abile nella collettività; in particolare all’art.8 prevede iniziative volte a ridurre stati di esclusione sociale ed interventi diretti ad eliminare o superare le barriere fisiche ed architettoniche; poi vi è la Legge n.13 del 9.01.1989 ("Disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche"); a seguire, il Ministero della Marina Mercantile ha emesso una Circolare n. 259 del 23 gennaio 1990 che estende l'applicabilità delle norme sull'accessibilità anche agli stabilimenti balneari, obbligando così i concessionari ad apprestare almeno una cabina ed un locale igienico idoneo ad accogliere persone con ridotta od impedita capacità motoria o sensoriale, nonché di rendere la struttura stessa «visitabile» nel senso specificato dall'art. 3 punto 3.1 del Decreto n.236/1989, soprattutto in funzione dell'effettiva possibilità di balneazione, anche attraverso la predisposizione di appositi «percorsi orizzontali».
Tali norme che obbligano i concessionari di spiagge pubbliche ad offrire una dotazione di base sufficiente a garantire la visitabilità delle loro strutture, deve rappresentare, per le Amministrazioni pubbliche e per i gestori degli stabilimenti balneari, il punto di partenza da cui sviluppare ulteriori riflessioni sull'effettiva capacità di accoglienza degli stabilimenti balneari e delle spiagge pubbliche.
Infatti, secondo tali disposizioni, si doveva garantire anche alle persone con difficoltà motorie l'accesso ad uno dei beni più apprezzati della nostra isola: il mare.
Purtroppo si è visto che rispettare e far rispettare la normativa non basta. Pertanto uno stabilimento balneare o la spiaggia libera pubblica, oltre a considerarsi "a norma", dovrebbe essere completamente accessibile a tutti e soprattutto garantire ai diversamente abili un mezzo idoneo per entrare in acqua.
A tal proposito, presenterò, in qualità di assistente sociale, una richiesta specifica all’Amministrazione Comunale  per provvedere alla realizzazione di accessi attrezzati con passerelle, docce e servizi igienici accessibili per soggetti portatori di handicap presso le spiagge libere, e postazioni accessibili e mezzi idonei per l’ingresso in acqua presso gli stabilimenti balneari. Se non dovesse essere presa in considerazione provvederò ad organizzare una petizione popolare. 

Valentina Spata

venerdì 25 maggio 2012

Lettera di Manfredi, il figlio di Paolo Borsellino.



Non ci sono parole da commentare o da aggiungere a questa lettera strappalacrime. Vi consiglio semplicemente di leggerla per non dimenticare GIOVANNI FALCONE E PAOLO BORSELLINO.

MANFREDI BORSELLINO. Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.


Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.



Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.



Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.



La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.



Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.



Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.



Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.



Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.



La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.



Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.



Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.



Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.



Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.



( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

PD: INGIUSTI GLI ATTACCHI AL GIORNALISTA BARBAGALLO DA PARTE DEL SEGRETARIO DEL MIO PARTITO.


Apprendo dalla Stampa che il Segretario del mio partito, Calabrese, si è reso protagonista di un increscioso episodio che mi lascia perplessa e allibita. Ha attaccato pubblicamente e duramente, Michelangelo Barbagallo, corrispondente de  “La Sicilia”, con insulti rivolti alla sua persona e alla sua famiglia. Lo ha accusato di essere un giornalista di parte, a favore del Sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale. Inoltre, ancora peggio, come lui stesso ha scritto sulla sua bacheca di facebook , accusa Barbagallo di aver ricevuto attraverso la sua società incarichi dal Sindaco che ammontano a circa 20.000, 00 euro.
Una reazione, quella di Calabrese, che comunque non mi sarei mai aspettata. Conosco, il giornalista Barbagallo, che da sempre scrive i suoi articoli in modo dettagliato e preciso, raccontando la verità dei fatti. Chi legge i giornali tutti i giorni si renderà conto che il corrispondente de “La Sicilia” ha anche scritto articoli a favore del Partito Democratico e altri criticando il Sindaco Dipasquale, quindi non vedo nessuna differenza di trattamento tra Calabrese e il resto del mondo politico.
Giudico il comportamento del mio Segretario, un segnale preoccupante” che mi fa pensare ad una azione mediatica e altresì ad una campagna di “odio” politico personale che imperversa da mesi. Io non tollero questo modo di far politica. Non è “gridando”, “accusando” gli avversari che si ottengono i risultati. Bisogna criticare in modo costruttivo e trovare delle soluzioni alternative ai problemi della città. La politica deve essere intesa come un servizio per la città e non  come personalismi vari.
Pertanto, presa visione di tutto ciò, da iscritta al Partito Democratico, esprimo la mia più totale solidarietà e vicinanza a Michelangelo Barbagallo e mi dissocio fortemente dalle accuse del Segretario del mio partito e da tutti quelli che rimangono in silenzio di fronte a questi atti ridicoli. 

Valentina Spata

martedì 22 maggio 2012

Non si può morire a 16 anni!

Non si può morire andando a scuola. Non dovrebbe avvenire questo, in un Paese “normale”. Ma l’Italia ha smesso di essere un Paese normale, da tempo. O forse mai lo è stato davvero. Chi è stato ad uccidere Melissa e a ferire altre nove persone sabato mattina all’ingresso dell’Istituto femminile “Francesca Laura Morvillo – Falcone”? Chi è Stato? È questo il rabbioso interrogativo che ha dipinto il volto delle migliaia di persone che hanno affollato Piazza Vittoria per esprimere solidarietà alle famiglie delle vittime o semplicemente per gridare tutto il proprio sdegno. Brindisi è una città “liquida” da anni. E non perché ci sia il mare. Perché ci sono un mare di contraddizioni che la rendono un luogo difficile da amare, spesso pure per gli stessi brindisini. La città, infatti – potrò sbagliare – ma sembra la Corleone degli anni ’70. Il puzzo della mafia – che per alcuni continua a non esistere – ha avvelenato l’aria, ha corroso i polmoni, ha confuso e ottenebrato le menti di intere generazioni che sono oggi diventate classe dirigente di un non-luogo dove vige imperante il potere dell’anti-parola. Del silenzio. Dell’omertà. Dell’indifferenza. La parola usata, piuttosto, come arma per intimidire chi in questi anni ha reagito, come i ragazzi eccezionali della cooperativa di Torchiarolo “Libera Terra” (i cui terreni sono stati incendiati più volte negli ultimi anni) operante in uno dei beni confiscati alla Sacra Corona Unita dove la parola diventa ogni giorno un seme di speranza con il sogno di raccogliere il frutto del cambiamento. Parole che diventano, però, sempre più spesso, lance pronte a trafiggere i sogni innocenti di quei giovani adolescenti del cui presente e futuro non ci interessiamo a sufficienza. Saette scagliate – come ha ricordato dal palco il “partigiano della legalità” Don Luigi Ciotti – da una classe politica e dirigente locale e nazionale che non sa più far emozionare perché ha bandito il senso di responsabilità e il senso del dovere dal proprio vademecum comportamentale. Che non è credibile, che non è foriera del buon esempio, che si è spogliata della moralità, che non ha coraggio. “Coraggio”: che parola meravigliosa. Cor-agium. Agire col cuore. In quanti oggi operano lealmente col cuore, issandosi arbitrariamente sul piedistallo della buona politica?
Sono anni che a tutte le latitudini si violenta l’arte della politica parlando alla pancia e alla testa delle persone, come se fossimo non individui, ma clienti di un megastore da appagare con una miriade di illusioni. Ci si sta svegliando, temo, da questa Utopia nel modo peggiore. Con una voglia, oggi meno secretata che mai, di violenza. Sta esacerbando l’intolleranza verso chi profetizza un avvenire che non lo riguarda. Il passo dalle illusioni alle delusioni è assai breve. Dopo la delusione c’è la rabbia. C’è l’odio. Proprio quei “sentimenti” che con preoccupazione sincera ho percepito negli sguardi, soprattutto giovani, dei ragazzi e ragazze scesi in piazza e giunti in poche ore da tutta la Puglia. Occhi e sguardi, compreso il mio, che hanno versato lacrime dolorose. Tante. Per una famiglia che ha perso l’unica figlia che aveva, con una brutalità incredibile. Per un Paese che, giorno dopo giorno, sempre più, uccide se stesso. Un Paese dove pullulano i caini e i giuda. Da sempre. Un Paese che sa unirsi nelle sue sconfitte. Quando si oltrepassa la soglia dell’umanità. Quando viene crocifissa la dignità degli innocenti. È un Paese, il nostro, sfigurato, avendo sciolto nell’acido dell’illegalità il dono della democrazia. E dell’uguaglianza. Al mondo che ci irride mostriamo nient’altro che una maschera. Incapaci di svelare i segreti e i misteri che da decenni tengono l’Italia sotto ricatto. Incapaci di pretendere verità e giustizia. È un Paese sorto sul sangue dei giusti. È un Paese che non è Stato. Chi è Stato? Siamo Noi. Siamo stati anche noi meridionali, prima ancora di noi italiani, ad uccidere la piccola Melissa. Perché non siamo stati abbastanza vivi in tutti questi anni. Perché fino ad oggi non siamo stati artefici del nostro destino. Lo abbiamo delegato prima a quella che chiamiamo Repubblica e poi a quella che chiamiamo Mafia. Ma, da queste parti, talvolta, sono le due facce della stessa medaglia. Non siamo mai stati capaci di costruire un futuro improntato al rispetto di se stessi e degli altri, basato sulla cultura della prossimità e della solidarietà, della legalità e della responsabilità. Individuale e collettiva. E’ stata la mafia? E’ stato un atto terroristico? E’ stato il gesto isolato di un folle? Saperlo, oggi, cambierebbe qualcosa? Forse cambierebbe per il Ministro Cancellieri che, da quanto si apprende dagli organi di stampa, ritiene che la vicenda possa essere risolta con 200 poliziotti e investigatori in più, come se fosse soltanto un problema di ordine pubblico. Forse cambierebbe per quel giornalismo pietoso e vergognoso che vive di sensazionalismi e di spettacolarizzazioni del dolore, spingendo i lettori ad essere il pubblico di un teatrino del grottesco dove non si rappresentano le verità, ma le opinioni di sciacalli che puntano a non far emergere i giusti quadri conoscitivi della nostra realtà sociale cosi complessa. Il problema, pertanto, è, per me ma posso sbagliare, ancora una volta culturale e politico. Colpire, nel Sud, una scuola ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, un giovane ha un significato preciso. Colpire, nel Sud, una donna, soprattutto, ha un significato preciso. Le donne, le giovani donne meridionali, in particolare, in questi ultimi anni, spesso iniziando proprio dai percorsi di educazione alla legalità avviatisi in tantissime scuole, rappresentano e simboleggiano perfettamente il cambiamento ineludibile e necessario che sta investendo quel Mezzogiorno che vuole crescere, che vuole correre verso il futuro consapevole dei propri talenti, che vorrebbe raccontarsi in modo diverso per poter scrivere un’altra Storia. Un meridione che vorrebbe diventare, con merito, la locomotiva della Prossima Italia. Trasparente ed onesto. Appassionato ed entusiasta. Dove il terrore collettivo creato ad arte non si insinui nell’anima di chi vorrebbe essere un costruttore di pace e non un portatore di guerra e di odio. Chiunque voi siate e qualunque sia la ragione di questo attentato alla nostra speranza, non ci fermerete. Trasformeremo in energia positiva e propositiva tutto questo immenso dolore e questo senso profondissimo di smarrimento. Imparando a governare meglio i nostri istinti e le nostre pulsioni. Tipiche di chi ha conosciuto la morte. Ma tipiche di chi dalle ceneri sa e vuole risorgere. Per noi stessi, per le nostre comunità. Per il nostro Paese. L’Italia. Con la speranza che diventi finalmente Stato
di Giuseppe Milano

mercoledì 9 maggio 2012

Le idee di Peppino Impastato e Moro restano e continuano a camminare sulle nostre gambe!!



Ho letto il  Comunicato Stampa di un amico, un Dirigente del Pd di Serino (Avellino) e non avendo parole migliori per commemorare un giorno importante come quello di oggi ho voluto pubblicarlo nel mio blog. 







9 Maggio 1978. Solo scrivere questa data colpisce come un pugno nello stomaco.

Due fatti di sangue contraddistinsero quella triste giornata, l’assassinio del Presidente della Democrazia Cristina Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse ed il ritrovamento del suo cadavere in via Caetani a Roma, e l’omicidio del giovane militante di Sinistra siciliano Peppino Impastato ad opera della mafia.

Ricordare, a 34 anni di distanza, quelle due morti rappresenta, per tanti di noi, un momento di vicinanza verso chi, anche a costo della vita, ha speso la propria esistenza per l’interesse generale.

Le storie di Moro e Impastato, anche se molto diverse tra loro, furono accomunate dalla forza delle loro idee.
Il Presidente Moro, che rappresentava la parte più avanzata della democrazia cristiana, proveniente dalla cultura dossettiana, avviò un dialogo con il Segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer per aprire in Italia una nuova stagione politica meglio conosciuta come “compromesso storico”. Una nuova fase politica con l’incontro delle due principali Culture del Paese, quella cattolica e quella riformista rappresentate rispettivamente dalla DC e dal PCI, con lo scopo di rinnovare profondamente lo Stato italiano e consentire alle classi lavoratrici di accedere al governo del Paese, insomma una vera e propria rivoluzione democratica. Va ricordato che la mattina del rapimento dello Statista democristiano da parte delle brigate rosse, in Parlamento sarebbe nato il primo Governo con i comunisti non all’opposizione.

Peppino Impastato rappresenta per la nostra generazione, e per quelle che ci hanno preceduto, un ragazzo come tanti che cercava, tramite il lavoro di un collettivo, di risollevare e cambiare le sorti della propria terra. Attraverso la costituzione del gruppo “musica e cultura” mise in essere tutta una serie di  attività culturali come cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc. per fare interessare quanti più concittadini e giovani alle problematiche del proprio comune così da poter dare maggior voce all’azione di denuncia nei confronti del sistema mafioso portato avanti dal capo clan Gaetano Badalamenti. Radio Aut, radio libera ed autofinanziata, fu uno degli strumenti con il quale Peppino ed i compagni di Cinisi cercarono di scalfire il clan Badalamenti e l’amministrazione comunale corrotta.

Peppino era un ragazzo di sinistra. La sua storia rappresenta in maniera concreta cosa vuol dire emanciparsi dai condizionamenti esterni che può imporre la società o la famiglia, come nel suo caso. Essere imparentato con dei mafiosi non gli impedì di lottare contro questo cancro con tutto se stesso.
Fu vigliaccamente assassinato nella notte a cavallo tra l’8 ed il 9 Maggio durante la tornata elettorale delle amministrative dove quest’ultimo era candidato nel suo comune, Cinisi.

Peppino Impastato vive ogni giorno attraverso l’azione di tutti coloro che si impegnano in politica e nel sociale per migliorare la realtà nella quale vivono 365 giorni all’anno e non soltanto durante le campagne elettorali.
L’antipolitica ed il malaffare si combattono con la buona politica attraverso l’esercizio della legalità, della trasparenza e della difesa dei più deboli.
Queste elezioni amministrative ci ha mostrato due aspetti in maniera chiara. In primo luogo la sfiducia e la disaffezione di tanti che non credono più che le cose possano migliorare e la seconda che ci sono migliaia di militanti ed onesti amministratori che, con il loro lavoro, ci danno una speranza dalla quale ripartire per un cambiamento reale.

Serino, 09/05/2012                                                                                                                     

Marcello Rocco
Segretario PD Serino – Componente Assemblea reg. PD